In Birmania, chiamata Myanmar secondo la nuova denominazione, a circa 400 km dalla capitale Yangon, nel cuore della regione Shan, ad una altezza di 900 metri si può ammirare un lago naturale dalle placide acque lungo 22 km e largo 11 km: il Lago Inle. Il lago, vero incanto della natura, è circondato da un’alta corona di montagne, sulle cui rive si affacciano circa 17 villaggi, le cui principali risorse sono agricoltura e pesca. Gli abitanti appartengono ad un’etnia birmana poco conosciuta, perché costituita da poche centinaia di indigeni, gli Intha, che significa figli dell’acqua o del lago, dal momento che la loro vita si svolge tutta sul lago: case su palafitte e orti galleggianti. La loro inventività è direttamente proporzionale alle esigenze della vita e della natura circostante e ha posto in essere da secoli un metodo di pesca veramente insolito.
Il loro sistema di pesca assai particolare è abbinato ad un singolare criterio di conduzione delle loro canoe: in piedi per avere le mani disponibili di gettare le reti. Ogni canoa ospita normalmente un solo uomo, il quale per poter lanciare le nasse in libertà, rema con una lunga pertica stando in piedi, a mo’ di gondoliere veneziano, usando un piede anziché le mani.
Le imbarcazioni scivolano sull’acqua del lago e i pescatori, uno in ogni canoa, ritti sulla barca con un movimento particolare della gamba e dell’anca imprimono forza all’unico remo, in modo da poter pescare con le mani libere per gettare reti e nasse nella rilassante atmosfera del lago, navigando tra rigogliosi orti e giardini galleggianti, altra peculiare invenzione che serve per l’alimentazione di questa estrosa etnia.

Il metodo di pesca di questi ingegnosi Intha, legittimamente conosciuti come figli del lago, è assai valido: il pescatore occupa una piccola parte della poppa della canoa e nonostante la precaria posizione riesce a manovrare con estrema destrezza sia il lancio delle reti, sia la deposizione di trappole con imbrocco. La tecnica più usata consiste nell’uso di un’alta nassa conica all’interno della quale viene inserito una lungo fiocina per arpionare il pesce dopo che la nassa abbia raggiunto il fondo del lago a 3 metri di profondità circa. La cattura dei pesci nel raggio d’azione della cesta rappresenta il bottino immediato: carpe, anguille e pesci gatto. La specie più frequente è comunque la cosiddetta carpa del lago che può raggiungere anche il metro di lunghezza.
Questa particolare e insolita attrazione ha incrementato fortemente il turismo perché è un vero spettacolo osservare il pescatore birmano quando sospinge la sua agile imbarcazione con il lungo remo di legno tenuto perpendicolarmente alla superficie del lago mediante un movimento coordinato della gamba, dell’anca e del piede e con le mani cala una sorta di trappola conica o reti sul fondo del lago.
In passato il lago era estremamente pescoso e popolato da svariati generi di pesci autoctoni, tipici solo di questo luogo. Purtroppo diverse specie si sono estinte a causa di pesticidi e molte altre si sono drasticamente ridotte: i pescatori lamentano il fatto che adesso occorra un’intera giornata lavorativa per portare a casa la quantità di pesce che prima catturavano in poche ore mattutine.
L’incremento dell’agricoltura negli orti delle isole galleggianti e soprattutto l’uso di sostanze dannose per i pesci, rendono l’attività della pesca ogni giorno più difficoltosa e scarsa e ahimé! in un futuro non lontano rimarrà solo un ricordo evanescente questo vecchio sistema e lo spettacolo sopravviverà solo per appagare la curiosità dei turisti, ma non per l’alimentazione degli Intha, che come tutte le etnie indigene, saranno fagocitate dal cosiddetto progresso globale, che ha già prodotto numerose vittime tra i pesci del lago.
I villaggi sempre più sparuti diminuiscono per far posto a lussuosi alberghi per turisti affamati di arcaiche visioni, di criteri residui di vita e pesca primitivi.
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